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Le indagini

Per individuare le varie componenti della materia pittorica, sia originaria che sovrapposta con i precedenti restauri, l’Opificio della Pietre Dure, che ha coordinato il piano diagnostico con la Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio per le province di Firenze, Pistoia e Prato, ha offerto il contributo del proprio laboratorio scientifico, effettuando indagini chimiche (prelievi a campione con sezioni stratigrafiche), ottiche e fisiche (riflettografia in infrarosso, fluorescenza UV).
Un particolare tipo di fluorescenza U.V.(FLIM) è stata sperimentata sempre con il coordinamento dell'OPD dal Centro CNR Gino Bozza e dalla Facoltà di Fisica del Politecnico di Milano. La fluorescenza indotta dalla radiazione ultravioletta ha evidenziato tracce di leganti rimasti sulla superficie dell’intonaco e nei brani dipinti a tempera ormai quasi scomparsi (come ad esempio nel caso degli attributi degli Evangelisti nella volta), e vaste aree interessate da ritocchi o depositi di materiali estranei.

Da quanto sopra detto si evince la complessità dell’intervento conservativo e la conseguente necessità, pur entro un progetto unitario, di calibrare l’intervento per ogni singola porzione di superficie.  Uno dei principali problemi che abbiamo dovuto affrontare è stata la presenza di resine sintetiche sovrammesse da Leonetto Tintori per consolidare la pellicola pittorica, seguendo in ciò una metodologia propria dell'epoca e da lui stesso sperimentata, resine che facevano apparire lucide ampie zone della superficie e ne impedivano la permeabilità. Dopo l’individuazione mediante analisi chimico-stratigrafiche del tipo di resine, e l’esecuzione di varie prove con solventi tradizionali che non avevano dato risultati soddisfacenti, è stata messa a punto, con la sinergia dell’Opificio delle Pietre Dure e del Dipartimento di Chimica dell'Università degli Studi di Firenze, una microemulsione di solventi organici in una miscela di acqua e tensioattivo supportata da impacchi di polpa di cellulosa e silice applicati su carta giapponese..

A seguito delle applicazioni effettuate nelle vele, in particolare nella figura di San Giovanni, si è ottenuto un sensibile assottigliamento del polimero soprammesso. Questa parziale estrazione della resina, ripetuta in altre zone, ha permesso di ripristinare la permeabilità della superficie senza indebolire il film pittorico.

Le operazioni di pulitura  (vedi immagine) sono state condotte in modo graduale e differenziato andando avanti per progressivi approfondimenti (vedi immagine) a distanza di tempo in modo da far asciugare perfettamente le superfici per valutare l'equilibrio tra le diverse stesure pittoriche e le relazioni tra le diverse parti delle raffigurazioni. Il risultato conseguito, grazie all’eliminazione dei solfati che interferivano con la lunghezza d’onda della luce, e alla rimozione del nerofumo e del particellato atmosferico anche dei ritocchi ormai alterati dell’ultimo restauro, ha permesso un generale recupero della brillantezza e dell’ariosità dei colori (vedi immagine).

La reintegrazione è stata eseguita ad abbassamento di tono sulle abrasioni dell’intonaco (vedi immagine), a velature sensibilizzate alle cromie originali e nelle abrasioni della pellicola, e a selezione cromatica nelle lacune stuccate ottenendo il risultato di ricostruire l’unità potenziale dell’immagine (vedi immagine) ed attenuare le molteplici discontinuità della superficie pittorica.

L’attuale restauro riconsegna pertanto ai visitatori e alla lettura critica un testo pittorico “risanato” e liberato per buona parte dalla sovrammissione di materiali incongrui, certamente non restituito “all’originario splendore” ( basti pensare all’imbrunimento delle decorazioni in cera dorata vedi immagine), ma nuovamente leggibile con una ritrovata continuità e soprattutto pienamente apprezzabile nei recuperati valori cromatici e luministici  (vedi immagine).

Testo a cura di: Cristina Gnoni Mavarelli e Isabella Lapi Ballerini

 

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