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ll Restauro concluso
Molte ragioni hanno contribuito a rendere il restauro del ciclo pittorico di Filippo Lippi, oltrechè un momento operativo e conservativo in quanto tale, anche una esperienza di proficua collaborazione fra enti impegnati nella conservazione del patrimonio. Collaborazione grazie alla quale si è configurato, accanto al cantiere esecutivo vero e proprio, anche una sorta di cantiere-studio che ha approfondito gli aspetti relativi alla tecnica esecutiva e la ricerca teorica preliminare finalizzata alla risoluzione dei problemi conservativi.
La metodologia dell’intervento, iniziato nel 2001 e conclusosi nel 2006, è stata pertanto messa a punto e progressivamente verificata sulla base di un rigoroso studio e monitoraggio dei dipinti murali.
E' stata svolta una preliminare mappatura dello stato di conservazione con il rilevamento delle forme di alterazione, con l'ausilio della diagnostica e comparandovi i dati risultanti dai precedenti restauri, soprattutto da quello precedente al nostro, effettuato da Leonetto Tintori fra il 1969 e il 1973 (in proposito si rimanda al testo sui precedenti restauri).
E’ stata parallelamente presa in esame la tecnica esecutiva del Lippi analizzando direttamente la pittura in tutte le sue componenti (giornate esecutive, presenza di ‘spolvero’ o ‘cartone’, tipo di pigmenti ecc.). Una tecnica particolare quella del Lippi, con una struttura generale ad affresco e numerose aree ritoccate o eseguite interamente a secco, oggi in gran parte perdute (vedi immagine). Il pittore infatti non si è limitato alle aggiustature e alla stesura di velature, ma ha aggiunto interi brani e, talvolta, addirittura figure (come l’angelo nella scena con la Vocazione di San Giovanni alla vita eremitica (vedi immagine), o il bambino nel Santo Stefano allattato da una cerva (vedi immagine), la cui perdita rende oggi anche poco comprensibili alcuni passaggi narrativi del ciclo.
Filippo Lippi ha utilizzato per l'esecuzione a secco azzurrite per la maggior parte degli azzurri, lapislazzuli ( solo per alcuni manti) , malachite, biacca, olio di lino - registrato anche nei documenti e usato probabilmente per predisporre la missione preparatoria per la doratura - cinabro, giallorino, ocra rossa, ocra gialla, terra verde, bianco di calce, verderame.
Purtroppo le tempere, per la loro stessa natura e per la particolare fragilità rispetto ai fattori climatici, sono estesamente cadute, lasciando talora impronte o in positivo, come nel caso del bianco di preparazione che connota oggi molte figure del Convito di Erode (vedi immagine), o in negativo, come è il caso delle silhouettes degli alberi nella Nascita di Santo Stefano.
La presenza delle tempere ha rappresentato un costante problema nelle campagne di restauro, e proprio l’intervento di Tintori ha avuto il merito di preservarle rimuovendo le ridipinture di Marini.
Testo a cura di: Cristina Gnoni Mavarelli e Isabella Lapi Ballerini
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