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Le grandi commissioni fiorentine
Cresciuto in reputazione, il 31 dicembre
1482 Filippino è nominato nella commissione per affrescare
una parete nella Sala dell'Udienza di Palazzo Vecchio, mai eseguita,
e nello stesso periodo viene chiamato a terminare il ciclo masaccesco
della Cappella
Brancacci, rimasto incompiuto. Qui, entro il 1485, completa
le 'Storie di San Pietro' con gli episodi mancanti: 'Disputa con
Simon Mago davanti a Nerone', 'Resurrezione del figlio di Teofilo',
'San Pietro in carcere', 'Liberazione' e 'Crocifissione'. Il risultato
è molto vicino alla plasticità masaccesca: secondo
Vasari il pittore avrebbe dato alla Brancacci "di sua mano
l'ultima perfezione".
Il 20 febbraio 1486 Filippino data la
tavola per la sala degli Otto di Pratica di Palazzo Vecchio
(oggi agli Uffizi) e nello stesso anno riceve da Piero di Francesco
del Pugliese l'incarico di dipingere una 'Visione di San Bernardo'
per il convento delle Campora, fuori da Porta Romana (oggi alla
Badia Fiorentina), cui seguirà la Pala per Tanai de' Nerli,
tutt'ora in Santo Spirito. Tre opere di enorme impatto.
Raggiunta ormai una completa espressione formale, Filippino ricerca
composizioni di figure immerse nella natura e in piena luce, abbandonando
le solite inquadrature architettoniche. Punti di riferimento per
la sua arte sono il padre Filippo, Botticelli ma anche il Pollaiolo,
Verrocchio e Leonardo. Non mancano poi influenze fiamminghe
che, già presenti nella cultura figurativa di Filippo, si
intensificano nell'ambiente fiorentino dopo il 1475 quando giunge
in città il 'Trittico Portinari' di Hugo van der Goes.
Il 21 aprile 1487 Filippo Strozzi, uno degli uomini più ricchi
e potenti della città, gli commissiona gli affreschi per
la propria cappella in Santa Maria Novella con 'Storie di San Giovanni
Evangelista e di San Filippo'. L'artista vi lavora in momenti diversi,
completando il ciclo solo nel 1502, dopo la morte del committente:
la data riportata sugli affreschi è confermata dall'ultimo
pagamento, registrato il 22 marzo di quell'anno. Fra il giugno e
il luglio 1503 verranno poi installate le vetrate della cappella,
anch'esse su disegno di Filippino, con temi musicali. Nella cappella
maggiore della basilica domenicana, il Lippi dà una testimonianza
importantissima dell'orientamento anticlassico della fine del secolo:
nuovo risulta il taglio compositivo delle scene, in cui si riflettono
toni della scultura nervosa di Verrocchio e di Antonio Pollaiolo,
più semplificata la disposizione dei piani, originali e irreali
i motivi creati per ogni 'istoria'. Trionfa la decorazione a grottesca
antichizzante, frutto del soggiorno romano in cui l'artista aveva
avvicinato l'antico con varietà e "bizzarria" (Vasari).
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