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L'intervento di Amedeo Benini - 1932-'34

L'intervento di ridipintura del Marini sugli affreschi dovette essere piuttosto pesante se nel successivo restauro, affrontato un secolo dopo (1932-'34) e affidato ad Amedeo Benini, si stenta a distinguere il vero dal falso. Gli studi e le considerazioni pubblicate dal Badiani nell'Archivio Storico Pratese parlano per la prima volta di "pentimenti" di Fra Filippo nel corso dell'opera. "Ma si tratta proprio di pentimenti? - riflette il Badiani - Oppure si deve ritenere che, per il tempo e le non sempre favorevoli vicende dell'opera, i particolari che appariscono cancellati o sostituiti rivelino l'opera di restauratori che hanno tirato a salvare le parti principali dei dipinti, cancellando o sostituendo dove il restauro era impossibile?"
"La seconda ipotesi non mi sembra accettabile - conclude però l'autore - Lo stato degli affreschi di Prato, anche dopo le vicende passate, non è tale da far ritenere che all'opera primitiva di fra Filippo sia stata sostituita un'opera di rinnovamento totale o parziale da parte di restauratori: non vi è alcun particolare delle singole scene ed anche delle parti ornamentali, se se ne eccettuino alcune dorature della volta, che sia stato intieramente rifatto".
In realtà, non di pentimenti si trattava (anche questi peraltro presenti) ma di estese cadute di colore che avevano portato alla scomparsa di intere figure. Le osservazioni del Badiani mettono infatti l'accento su un altro problema, fondamentale nella buona conservazione di ogni ciclo affrescato: l'esistenza di numerose parti ritoccate o eseguite interamente dal Lippi non sul "buon fresco" ma con una successiva stesura di tempere a secco, delicatissime e quasi destinate a cadere, specie se sottoposte a stress climatici e alle conseguenze dell'umidità.
L'incapacità di terminare il lavoro delle 'giornate' prima che lo strato di intonaco si asciugasse e lo stesso modo di lavorare di Fra Filippo, con ripensamenti continui, aggiustature, ritocchi e persino brani 'legati' fra loro in momenti successivi hanno determinato la sorte dell'intero ciclo, contribuendo a falsarne l'aspetto finale ricercato dall'artista.
Un breve elenco delle principali parti mancanti nel ciclo basta a far capire l'entità del danno. Nella 'Natività di Santo Stefano' è perduta la figura del neonato allattato dalla cerva, nella 'Ordinazione del Santo' è sparito lo sfondo di fogliame verde, nella 'Lapidazione' ciò che rimane della veste rossa del martire è frutto di ridipinture. Sul lato opposto, la 'Natività di San Giovanni Battista' ha perso la difficile prospettiva del soffitto della camera, la scena del 'Battista nel deserto' è rimasta priva dell'angelo con la croce che appariva al Santo il quale, ormai, guarda nel vuoto.
Ma la scena che più ha sofferto per la caduta delle tempere è senz'altro quella del 'Convito di Erode', più delle altre rifinita a secco per la ricchezza dei colori, la fastosità e la perfezione - quasi da dipinto su tavola - che il Lippi voleva raggiungere. Ridotti a fantasmi sono i musici, il gigantesco mazziere in primo piano ha di integro solo il volto, la Salomè ha perso tutti i gioielli e, soprattutto, il braccio destro e la mano. Sparita è l'ancella fra Erode ed Erodiade, scomparsi i vasi che ornavano la cornice rossa del credenzone. Per non parlare di gioielli, ornamenti, vestiti e interi sfondi di paesaggio.  back >


 


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  - L'intervento di Marini
  - L'intervento di Benini
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